Io Warcraft non è che me lo ricordi benissimo. Il gioco, almeno. Il primo, a cui si rifà l’opera quarta di Duncan Jones, uscì nel 1994: ai tempi ero molto più impegnato a seguire le gesta oltreoceano dei ragazzi dell’odioso Sacchi, con buona pace di orchi, umani, mezzorchi e videogiochi in genere. Avrei recuperato di lì a poco, comunque, restando sotto alla saga di WoW come molti altri coetanei che nerdeggiavano senza saperne il significato, degnamente rappresentati da Cartman e soci qualche anno dopo in un episodio di Southpark che ha tuttora del mitologico.

Il film è stato dunque un passo indietro. O in avanti, a seconda. Indietro per i motivi di cui sopra, un po’ come rivedere gli amici del mare a distanza di mesi, sulla stessa spiaggia lasciata in agosto. In avanti perché tutto quel che Warcraft perde nella trama lo guadagna nell’estetica.
Il tempo passa e passa bene, come quando si scorrazzava per Azeroth a menar fendenti, ed è questa la caratteristica migliore del film in sé, bistrattato dalla critica: senz’anima, affollato e noioso i termini più accomodanti. Facciamo un gioco: smontiamoli comunque, anche solo per il rispetto dovuto alle ore passate davanti al pc e, soprattutto, alla Blizzard, vero e unico competitor di YouPorn, per quanto mi riguarda.

Affollato: non potrebbe essere altrimenti, perdìo. Metaforicamente è quel che vuole Gul’dan: traghettare attraverso il portale alimentato a vil un’orda imprecisata di orchi, giocando la carta del numero contro quella della finezza tattica. Spoiler in ritardo di ventidue anni: nel videogioco alla fine la Storia gli darà ragione (almeno per quanto concerne il primo episodio). Più banalmente, il film è non solo affollato di personaggi, ma anche di schemi: sotto la trama-ombrello del conflitto fra orchi e umani (niente di nuovo, va detto) si snodano rapporti e minitrame che contribuiscono non poco al computo finale. La parabola da eroe tragico del Guardiano Medivh, per dirne una o quella incerta e imprevedibile di Garona, quella difficile di Lothar, in cerca di riscatto (ottimo il vikingo Travis Fimmel nei suoi panni) per non parlare di quella orgogliosa di Durotan, che alla fedeltà verso Gul’dan, l’unico vero villain della situazione, preferisce quella verso il suo popolo.

anduin lothar warcraftSenz’anima: Warcraft è quasi cocciantiano, ma quasi. Un’attenuante c’è: il settore fantasy è oggi quello che è. Lo dico senza purismi fondamentalisti: liquido, sospeso tra concorrenza spietata che non guarda al blasone, esempi pressoché irraggiungibili, pubblico variopinto e dal palato fino, capace di includere un quindicenne qualsiasi che ha dovuto setacciare la rete per trovare un emulatore valido fino a un nerd di lungo corso, che ha iniziato lanciando dadi ed è finito cliccando tasti. E il film, bontà sua, fa poco per distinguersi, vive della luce del videogioco, intagliando nel suo universo fantastico una serie di funzioni narrative tanto care a Propp, ben incastrate ma, sotto la veste, non particolarmente nuove.durotan

Noioso: NO. Come detto, il tempo passa, dopo qualche asperità iniziale. La storia fila bene, e l’ordito delle varie sottotrame non inciampa né si disperde in voli pindarici di sorta. Trova spazio anche qualche colpo di scena e un paio di vette drammatiche importanti, che coinvolgono tutti i protagonisti in gioco: Lothar, il re, Durotan e sua moglie Draka, Garona (colei che è sospesa), Medivh e l’imberbe Khadgar, ovviamente il jolly di tutta la storia, l’underdog che ribalta tutto a favore dei buoni (ma ci sono veri buoni e cattivi, oltre Gul’dan? A voi l’ardua sentenza).

llane wrynnNessun acuto né sbavatura particolare, niente di indimenticabile né di particolarmente deprecabile. Svolge il compitino, appunto, facendo quel che un film almeno discreto deve fare: intrattenere. Simile sorte è quella del cast, dove nessuno degli attori sembra insostituibile, ma tutti danno il giusto volto ai personaggi: rassicurante, puntuale. Desta semmai qualche incertezza Dominic Cooper nei panni dell’eroico (questo sì da vera saga epica) re Llane Wrynn: mi perdoneranno i warcraftiani , ma ricordava più la mascotte del Burger King che un re nel senso letterale del termine. Lo definirei con una formula particolare: F4, basito. Nota enorme di merito, invece, va alla post produzione, alla modellazione di panorami e personaggi antropormorfi e non: qui sì che si spende una lacrima, tra una planata del grifone reale e una carica orchesca, cattiva, paurosa, imponente e magnifica. Dopo un po’ viene da chiedersi quando finisce il filmato e si inizia a giocare davvero, come se si fosse di fronte a un enorme monitor e nullaltro. Ma è un’illusione benigna. Come Warcraft, del resto: dà la mano un po’ a tutti, dal nerd al biblista (guardate: capirete) ma non la stringe a nessuno.

 

Tanto vi dovevo.