Lo scenario è molto caro ai cineasti italiani: un gruppo di amici, poco prima della mezza età, nati e cresciuti insieme, ognuno con i suoi segreti, le sue perversioni, le sue corna. Ed è per questo che persone che credevano di conoscersi si rivelano, giustappunto, dei Perfetti Sconosicuti. L’escamotage narrativo è tanto semplice quanto attuale: i cellulari. Oggi, da semplici mezzi di comunicazione, sono diventati preziosi e inaffidabili custodi della nostra esistenza. Proteggono tradimenti, affaires e porcherie varie che passano dai loro schermi, nascosti agli occhi dei nostri amici, mariti, mogli, parenti, al ritmo di ditate più o meno potenti.
Durante una cena tra amici una smaliziatissima Kasia Smutniak ha così l’idea burlona in grado di rovinare qualsiasi legame fra le persone presenti alla sua tavola: smartphone sul tavolo, tutti. Se qualcuno di essi ha la malaugurata idea di suonare, si legge ad alta voce il messaggio, la whatsappata o si risponde alla telefonata in vivavoce, per il pubblico ludibrio. Salta così il nocciolo del reattore e l’effetto è devastante. Si succedono, a ritmo piacevolmente serrato per un’amara commedia italiana, insulti, tradimenti, lacrime, gravidanze, giochi perversi. Roba che, anche se ti trovi aldiqua dello schermo, rimpiangi i cristalli liquidi del vecchio, spartanissimo e infrangibile Nokia 3210 (perché, anche se con tinte più sfumate, ti sei sicuramente ritrovato in una situazione simile, spalle al muro, la dignità in una mano e il cellulare nell’altra).

Paolo Genovese, con il suo Carnage all’italiana, è riuscito a farsi largo nelle sale italiane con la grazia di un underdog, sgomitando con dei pezzi da novanta: tra Hateful Eight, Deadpool, la Danish Girl di Redmayne, le vicissitudini della redazione di Spotlight e il seguito di Zoolander. A dargli manforte una sceneggiatura finemente costruita di dialoghi che, bontà di dio, rispecchiano la lingua che si parla in questo Paese, e un cast rodato, più volte insieme a targhe alterne (Romanzo Criminale, per dire, ma anche il piacevolissimo Smetto quando voglio), che si sta ritagliando il suo giusto spazio in un certo cinema italiano: la già citata ascendente Smutniak, suo marito Marco Giallini (Dio come ti amo, Marco), Valerio Mastandrea (sì, va senza la r) e la sua algida moglie Anna Foglietta, Edoardo Leo e la sua innamoratissima (e portatrice sana di una bellezza del tutto particolare) compagna Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston, zio del mio nipote scemo preferito.

C’è bisogno come l’aria di queste pellicole in Italia, un Paese che, parallelamente a quanto accade nel calcio (e in una miriade di altri settori), professa una miope e inconcludente nostalgia, figlia di un sistavameglioquandosistavapeggio d’antica fattura. Rimpiangiamo tutti i nomi grandi del passato ma, per carità, rendiamo grazie ogni tanto a chi di questi tempi porta la sua opera fuori dai patri confini (parteciperà al Tribeca tra un paio di settimane, in Giappone, Stati Uniti e Francia vogliono i diritti per un remake) senza strepiti, voli pindarici, ma con la sola, chiara volontà di portare le persone al cinema.

Tanto vi dovevo.

 

Il cast del film con il regista. Da sinistra: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Anna Foglietta, il regista Paolo Genovese, Giuseppe Battiston, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher (ph. Ettore Ferrari)

Il cast del film con il regista. Da sinistra: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Anna Foglietta, il regista Paolo Genovese, Giuseppe Battiston, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher (ph. Ettore Ferrari)