È bello, bellissimo da vedere, esteticamente impeccabile, un food-design senza pari, armonico e attraente, così minimal, così alla moda con quel suo equilibrio cromatico perfetto da riempire lo sguardo del commensale intento a fingere nochalance nell’impugnare le bacchette elegantemente poste davanti a sé.

È colpa o merito del suo fascino se ancora oggi stento a declinare inviti a cena a base di Sushi.

“Ma come? Non ti piace?”

“Ma forse non hai trovato quello giusto”

“Devi ASSOLUTAMENTE provare quello di Sushiperfettochepiubuononcenè, a New York ormai è il punto di riferimento, per non parlare di Parigi e Londra e ora, tadàn, ha aperto anche a Roma!”

E proviamolo allora.

E lo dico convinta, a me stessa. Voglio immergermi in un coloratissimo immaginario kawaii fatto di gatti paffuti, pupazzetti felici  e bocconcini di riso saltellanti!

immaginario felice

Spiegazione pratica

Non voglio fare quella che: “Ma un’orata al forno con le patate non era meglio?”

Proprio no! Perché mi rendo conto di quanto suoni provinciale e campanilista. Quindi, mal celando l’imbarazzo di non sapere a cosa corrispondano le pietanze elencate nel menù, prendo la palla al balzo e, quando è il mio turno, replico al cameriere che ha appena preso l’ultima ordinazione di farne una porzione doppia.

Nell’attesa mi guardo intorno e sono tutti ostentatamente in estasi, ingollano bocconcini di anguilla, filetti di salmone freddo adagiati su riso scotto e lucidissimo.
Finalmente arriva anche il mio piatto. Con il piglio di chi pensa che questa finalmente sarà volta giusta, mi armo di bacchette e porto velocissimamente (come mi hanno insegnato i cartoni animati giapponesi) il cibo alla bocca.

“Eh no! ” vengo interrotta mentre ormai sento che le bacchette non fanno più presa “devi intingerlo nel wasabi”.

Ma perché se il pesce è così prelibato e fresco dovrei ammazzarne il sapore con una salsa piccante come l’inferno e verde come il detersivo dei piatti?

Non lo dico, ma dagli sguardi capisco di aver fatto trapelare il mio messaggio.

Vorrei però tornare sull’aspetto che, secondo me, fa del sushi non solo un cibo di culto, ma anche e soprattutto un’esperienza multi-sensoriale, così anche da giustificare la mia presenza su questo Blog, ovvero il suo design.

La cura dei particolari, la componente scenografica,la scelta di stoviglie e utensili, la porzionatura dei cibi e loro disposizione nel piatto e sulla tavola, l’oculata distribuzione fra pieni e vuoti fanno sì che il piacere non coinvolga solo l’universo gustativo ma anche quello visivo e tattile.

 

 
 

Mi sono dilungata su inutili posizioni personali lo so.
Avrei potuto mostrarvi dei capolavori di “sushi art” o le bizzarre e maniacali ossessiosi giapponesi ma per questo vi rimando all’apposita board di Pinterest!