David è solo, sua moglie l’ha lasciato per un altro. Non ha più nessuno al mondo, escluso il cane. Cane che, in realtà, è suo fratello. I panni di David stringono in vita a un bolso Colin Farrell, dettagliato archetipo dell’uomo solo, poco incline ai colpi di testa, tenero nel suo essere patetico. Nel futuro dipinto da The Lobster il governo interna i propri cittadini single in un hotel-clinica: qua, tra regole folli, divieti di masturbazione (e stimolazione sessuale forzata), hanno quarantacinque giorni per innamorarsi gli uni con gli altri. In caso contrario, resta loro il diritto di scegliere l’animale nel quale saranno insindacabilmente trasformati. Come il fratello di David, per l’appunto.

Da par suo, interrogato dalla direttrice, David sceglie the Lobster, l’aragosta, longeva e aristocratica. Col passare dei giorni si scontra con la ragionata follia del lager mascherato dove è costretto a soggiornare, sospeso tra una donna fin troppo innamorata e una fin troppo senza cuore. Si trascina blandamente per le attività proposte (e obbligatorie): dimostrazioni, seminari, appuntamenti concordati, battute di caccia. Scandendo il suo tempo con l’ascolto di dialoghi surreali nei quali è coinvolto: dalla bionda pedante che esalta la propria passione per il sesso spinto, alle discussioni su quale animale sarebbe meglio scegliere. Tocca il fondo. Fugge: conosce i Solitari, coloro che abitano nel bosco vicino all’hotel. Vivono insieme ma single, rifiutano l’amore e l’accoppiamento, condannandoli senza sconti. Diventa uno di loro e, peggio ancora, si innamora. Da qui in poi gli eventi precipitano, circondati da un’atmosfera ricca di richiami, visivi e semantici: dall’aria di 1984 alla luce geometrica di Wim Wendersper dire, passando per un’ironia amara, non sempre alta, comunque diretta.

lobster room farrell

David al suo arrivo in albergo

Yorgos Lanthimos già creatore in passato di due universi altrettanto assurdi e simbolici, quello della famiglia di Dogtooth e degli attori necrofili di Alps, ci riprova una terza volta, valicando i confini della sua Grecia con un cast internazionale, capitanato dal già citato Farrell e dalla sua promessa compagna senza nome Rachel Weisz. Alla base di tutto c’è l’amore, se Dio vuole non banale come rappresentato spesso dalla stragrande maggioranza di film spaccabotteghino. In The Lobster l’amore è un nemico, perlomeno quello inteso come passione libera e irrazionale, avversato sia dallo Stato che da chi lo Stato lo rifiuta e lo combatte. Lanthimos racconta un futuro à la Black Mirror: cinico e cupo, dove l’essere umano è, per dirla come De André, un “cinghiale laureato in matematica”, una misera variabile dell’equazione del mondo. Sotto lo strato delle metafore distopiche c’è la critica, nemmeno troppo velata, alle attuali convenzioni sociali, che ci vogliono sempre accoppiati e mai soli, in lotta contro il tempo e contro un modello impostoci dall’alto. E, comunque, sicuramente non avete mai visto niente di simile a Lobster prima d’ora, per dirla con il Telegraph.

David siamo noi: la sua angoscia, pur filtrata dall’intera vicenda, è la nostra, così come ci appartiene la sua rassegnazione. Ci salviamo in angolo: non abbiamo scadenze di sorta, né l’obbligo di assumere fattezze animali. Perlomeno non esternamente.

Tanto vi dovevo.