Tre film. Tre acidissimi film in trentadue anni. Questo hai fatto caro Claudio Caligari, adesso osannato da gente come me, che a malapena prima dei recenti peana ti conosceva o aveva spizzicato qualche scena dei tuoi film.

La morte ti fa bello: il tempo di completare Non essere cattivo e la morte stessa, che spesso avevi rappresentato nelle tue pellicole, ti ha portato via e consegnato a una provvisoria immortalità. Del resto in Italia la denuncia, il reportage indipendente animato da una sana coscienza civile, da una ricerca degli ultimi e degli emarginati, ha sempre tirato poco. Sarà un lascito della nostra storia politica e sociale recente? Probabile.

Film come i tuoi, Claudio, hanno tirato per un certo punto e fino a un certo punto. Adesso sopravvivono nelle ore di religione, quando i professori li proiettano per smuoverne il dibattito e l’animo dei ragazzi. Intanto gli altri bigiano, studiano per l’ora dopo, si scambiano filmini porno con i telefonini. O, alla peggio, ironizzano sul frocio di Mery x sempre, fanno il tifo per il centurione con la frusta in mano ne La Passione di Cristo.

Ma tu, sapendo che qualcuno ti avrebbe guardato, ci hai comunque provato.
Prima di fare il grande e fisiologico passo verso i cortometraggi hai raccontato nei tuoi documentari quel che ti circondava e, soprattutto, quello a cui sei sopravvissuto.

Il Settantasette, la droga, il riflusso, la lotta armata, alla quale guardavi con cinico disincanto.

Lo stesso disincanto ti ha imposto di rappresentare fedelmente la borgata sullo sfondo della tua trilogia. Hai obbedito al suo schifo sincero, alle sue bassezze e alla sua bontà innata, cercando di non passare come l’ennesimo emulo di Pasolini.

Amore Tossico, qui l’intervista, metteva in scena  la tragedia storica che le periferie attraversavano nei primi anni Ottanta. Lui, figlio della pletora di storie che ci sono dietro.

 

Poi L’odore della notte godette di un registro meno realistico rispetto a quello che raccontava il disagio di Ciopper, Cesare e compagni, più grottesco, assurdo, iperbolico. Poco prima della fine del millennio ci consegnasti un Valerio Mastandrea bifronte e in forma. Disilluso, ingenuamente anarchico, citazionista. Lo stesso Valerio, poi, avrebbe faticato non poco dietro le quinte del capitolo finale della tua trilogia. L‘indipendenza si paga e tu ne sai qualcosa.

E lo sanno bene, o lo imparano a loro spese, Vittorio e Cesare, due senzapatria come tanti altri, tranquillamente persisi negli anni Novanta di Ostia.
Squattrinati, maltrattati dalla vita si divertono come possono. La droga (sempre, indissolubilmente lei), le corse in macchina, la discoteca, lo spaccio. Perché due lire in tasca servono sempre, soprattutto a Cesare che deve badare a madre e nipotina, dopo la morte della sorella. Il suo amico Vittorio, da parte sua, dopo l’ennesima serata decide di smettere, provare a cambiar vita. Si sistema con una ragazza-madre sola, prende in simpatia il figlio di lei, entra in cantiere.

Ma più del raziocinio poté il sangue e non può fare a meno di correre in soccorso di Cesare, nel frattempo sprofondato in un baratro senza fine, nonostante l’aiuto generoso della sua donna, Viviana.

Il finale è scontato? Forse. Perché la borgata, comunque vada, non perdona.

A vestire i panni di Cesare e Vittorio ci sono il plurinominato e premiato (per Lo chiamavano Jeeg Robot, che pensavate?) Luca Marinelli e Alessandro Borghi, il Numero 8 di Suburra.
Intorno a loro si muovono altre figure umili, che si spingono avanti lungo il rettilineo delle loro esistenze, senza voli pindarici né salvifiche deviazioni. Anzi, se il percorso muta, lo fa solo verso l’alto, come dev’essere in borgata.

Il tuo film, caro Claudio, è piaciuto a tutti, davvero. Al pubblico, a quelli che scrivono sui giornali e riempiono pagine e pagine con colorate metafore e parallelismi da intenditori, da intellettuali, da cinefili consumati. Ma non è servito a farti vincere niente: da questo punto di vista, e solo da questo, hai perso. Ma, come ha detto di te e del tuo male il tuo amico Valerio su tumblr:

Claudio ha perso ai rigori, che si sappia questo. E ai rigori non è mai una sconfitta reale. A tutti noi che lo abbiamo accompagnato nell’ultimo sogno realizzato è bastato questo. Onorarlo nel lavoro che più ha amato, maledicendo la sua ostinazione, ammirandone la tenacia, il coraggio e la passione. Ridendo alle sue battute crudeli. Commossi davanti alla sua commozione dell’aver iniziato e finito il suo nuovo e ultimo film.