Un certo numero di persone in una stanza non è una notizia. Un certo numero di persone in una stanza (e a quel punto addio pareti) in un film di Quentin Tarantino è una notizia pulp (molto pulp, pure troppo, Prostata dixit). Soprattutto se ci sono un negro, un cacciatore di taglie che sta portando una condannata a morte al patibolo, un generale sudista in pensione, un bandito di mezza tacca rinnovatosi sceriffo, un inglesino dai modi affettati, un silente messicano, un malinconico cowboy, un cocchiere. Tutti armati, tutti sospettosi, nove piccoli e incazzosissimi indiani che aspettano qualcosa: la fine della tormenta, l’arrivo della cavalleria, il ritorno di Minnie, padrona dell’emporio, teatro di quasi tutto il film (ma anche l’esterna regala scene scatologicamente indimenticabili). E l’attesa, è noto, più è lunga più è snervante, capace di corrodere le già labili fibre della pazienza di chi di pazienza ne ha già poca. Con buona pace dell’ottusa volpe del Piccolo Principe, capace di esaltare l’attesa con la stessa stolidità con la quale il Leopardi esaltava il sabato. Ma insomma: la trama è tutta qua e, nonostante l’apparente limitatezza dell’ambiente dove si svolge, si snoda agile per quasi tre ore e sei capitoli. Al suo interno, con passo leggiadro e pesante, si muove la storia americana, scandita da un razzismo primitivo.

Non è facile creare un capovaloro dentro una stanza, peraltro spoglia: quel feticista di lungo corso di Quentin, per non sbagliare, si è affidato alla sua famiglia cinematografica. Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Walton Goggings, Tim Roth e Michael Madsen sono vecchi amici che, al ritmo sempre epico delle note Ennio Morricone (la cui sapiente artigianalità ha finalmente ottenuto un giusto riconoscimento) sanno come tener botta e palco, anche in una stanza angusta, fino a un finale perfettamente tarantiniano.

Il risultato, dopo le esplosioni, al botteghino e nella pellicola, di Django Unchained e Inglorious Bastards, è un film che scorre ben più lento, apprezzato e vessato in egual modo da critica e pubblico senza mezze misure . I richiami più o meno velati a opere passate sono tanti, troppi, pressoché infiniti: c’è l’inquadratura di Kill Bill e la pistolettata de Le Iene, la battuta di Inglorious Bastards, dove tralaltro uno dei personaggi è discendente diretto dell’inglesino di cui sopra e, ovviamente, un buon pacchetto di Red Apple. Ma, come in altre occasioni, la piacevole autoreferenzialità cede il passo a una lunga galleria di omaggi a colleghi, scene e pellicole del passato, tanto che il film diventa un’occasione per testare la propria cultura cinematografica. Un aiuto, giusto uno: c’è un richiamo, nemmeno tanto velato, a Ombre Rosse. Tanto vi dovevo.

 

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