Dylan Dog è uno di quei personaggi del fumetto italiano che non ha bisogno di presentazioni.
Il figo indagatore dell’incubo ha sempre avuto a che fare con mostri, fantasmi, zombie e tante altre creature terrificanti ma, con il nuovo corso narrativo voluto dalla Sergio Bonelli Editore e guidato da Roberto Recchioni, le avventure di Dylan si sono modernizzate, facendo storcere un po’ il naso ai lettori di vecchia data.
Che sia stato un bene o un male, non è questa la sede in cui se ne discuterà.

Immagine tratta dal fumetto, Bonelli, 2016

Ciò che è certo è che stiamo assistendo alla nascita di nuove storie davvero interessanti e aggiornate.
Un esempio eclatante è il numero 356, uscita lo scorso 29 aprile, dal titolo La macchina umana.

Ai più dotti dico subito che non vi è alcun riferimento con l’omonimo romanzo di Philip Roth, né con la sua trasposizione cinematografica.

Immagine tratta dal fumetto, Bonelli, 2016

Lo scrittore Alessandro Bilotta questa volta s’è superato, sfornando un piccolo capolavoro.

Così, senza spiegazioni, ritroviamo il nostro eroe impiegato in un ufficio senza alcun ricordo della sua precedente occupazione. Avete capito bene: niente investigazioni, sparatorie o inseguimenti sul maggiolone.
Dylan Dog adesso è impiegato in un ufficio della Daydream e lavora seduto alla sua scrivania. Una vita monotona, ripetitiva e fin troppo alienante. Il lavoro, per lui e i suoi colleghi, diventa l’unico scopo di vita e ritagliarsi del tempo per altre attività diventa sempre più difficile quanto immotivato.
I centri commerciali acquistano valenza come punto di ritrovo per lo svago domenicale.

Dylan è un ingranaggio di un complesso sistema che lo sfrutta e lo umilia solo perché un contratto di lavoro lo permette.
Questa volta i nemici sono i superiori, che chiedono sempre più e danno sempre meno, e i colleghi invidiosi, con cui non riesce a legare. E, malgrado tutti gli sforzi, questo lavoro sembra essere sempre più precario e al contempo sempre più necessario.

Cosa c’è di più spaventoso di ciò che è vero?

Immagine tratta dal fumetto, Bonelli, 2016

Bilotta fa un po’ quello che ai tempi fece Paolo Villaggio con il suo Fantozzi (e qualche riferimento sembra esserci), ma al posto dell’umorismo usa il terrore. Spesso l’horror, con metafore più o meno celate, ha criticato gli aspetti della nostra società, ma stavolta lo sceneggiatore va dritto al sodo, senza l’uso di alcuna figura retorica. Il risultato è agghiacciante.

Penso che gran parte, forse la maggior parte dei lettori si sia rispecchiata in Dylan Dog ed è questa la cosa che fa più paura: siamo tutti in qualche modo i protagonisti di questa storia.

Ma Bilotta ci dice anche che nulla è per sempre e che un’àncora di salvezza esiste. In questo caso una donna, ovviamente aggiungerei, la collega Kalyn. Dico ovviamente perché per Dylan Dog le donne sono sempre salvifiche o dannifiche, mai innocue. Questa donna però rappresenta non tanto l’amore quanto il potere dei sogni, unica via per la libertà.

Non dico altro per non spoilerare l’intera storia, ma mi sembra giusto aggiungere che qualche risvolto paranormale c’è, com’è giusto che sia.

Merito va anche al disegnatore Fabrizio De Tommaso e al suo stile molto contrastato, dalle geometrie deformate e quei primi piani inattesi che spiazzano il lettore.

In sintesi è una storia che va studiata più che letta, non solo dai cultori della testata, perché è un perfetto affresco di questa società così mostruosa: con buona probabilità, anche noi siamo delle perfette macchine umane, seppure non ce ne accorgiamo.