Giambattista BodoniLa storia di Giambattista Bodoni inizia a grandi linee come quella di un qualsiasi adolescente di buona famiglia della nostra epoca.
Nato nel 1740 a Saluzzo, in provincia di Cuneo, cominciò ad apprendere le arti della stampa fin da piccolo grazie all’attività produttiva di famiglia. Arrivò l’adolescenza e con essa i primi segnali di irrequietezza, probabilmente nati dal contrasto tra la voglia di fare grandi cose e un mercato povero di opportunità come quello di un piccolo paese di provincia.
In seguito a un’esigenza della Chiesa, e grazie a uno zio appartenente al Clero, nel 1758 fu mandato prima a studiare lingue orientali e poi assegnato alla tipografia della Congregazione per la Propagazione della Fede di Roma (fondata nel 1622 da Papa Gregorio XV) per realizzare materiali tipografici con lo scopo di diffondere la dottrina cattolica nel mondo.

Grazie alla sua innata propensione per questa professione, a soli 22 anni Bodoni realizza la composizione del messale arabo-copto del padre Giorgi, procuratore generale degli Agostiniani. Il lavoro è compiuto con tanta perfezione che il soprintendente volle che si stampasse a piè di pagina nel frontispizio: Romae cxciidcbat Johannes Baptista Bodonus salutentis.
Sembrava a tutti gli effetti l’inizio di una lunga e gloriosa collaborazione, ma nel giro di due anni (1762-1763) morirono in circostanze misteriose sia l’abate Ruggeri che il Cardinal Spinelli, i due protettori di Bodoni all’interno della stamperia di Propaganda.

Giambattista fu assalito dallo sconforto e, nonostante parecchi illustri porporati cercano di trattenerlo, decise di seguire i consigli assolutamente disinteressati di alcuni colleghi e di trasferirsi a Londra. Armato di ambizione e di talento, Bodoni si fermò a Torino dopo una breve gita nella sua terra natale per congedarsi definitivamente da amici e parenti. Ed è qui che intervenne il destino.

Potremmo raccontare lo stesso la storia delle straordinarie produzioni di Giambattista Bodoni se non si fosse beccato una bella sifilide durante la sosta torinese?

il primo Saggio Tipografico di fregi e maiuscole di Bodoni

Il primo Saggio Tipografico di fregi e maiuscole di Bodoni

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Oratio Dominica

Chi può dirlo, fatto sta che il caso ha voluto che Bodoni fosse contagiato da una terribile febbre terziaria che gli  impedì di emigrare in Inghilterra, e questa fu proprio la sua fortuna.
Appena guarito fu contattato da un Ministro del Ducato di Parma per un’offerta di lavoro nella Stamperia.
Era il 1766 e a 28 anni Bodoni diventò il Direttore, dell’allora nascente, Stamperia Ducale.

Da questo momento in poi è un rapido susseguirsi di opere caratterizzate da una bellezza e un’eleganza senza pari. Tanto fu l’entusiasmo e la dedizione al nuovo incarico che, nel 1771, dopo soli tre anni, Bodoni pubblicò il suo primo Saggio Tipografico di fregi e maiuscole interamente incisi e fusi da lui stesso.
Poi nel 1775 realizzò la sua edizione di Epithalamia exoticis linguis reddita del De Rossi , i lavori di Orazio e di Poliziano nel 1791 e 1975.

Negli anni attorno al 1798 Bodoni disegnò il famoso font a cui diede il suo nome e che noi tutti conosciamo: identificato dal forte contrasto delle aste e le estremità definite, apportò una rivoluzione tale nella comunità tipografica da essere considerato il punto di partenza dei caratteri tipografici moderni.

“Sarà dunque pregio della sola stamperia di Parma lo avere tutti i caratteri convenevoli per mettere in luce, occorrendo, la più copiosa ed estesa opera poliglotta che siasi fino ad ora veduta”

scrisse nella prefazione del suo secondo saggio, che preannunciava l’Oratio Dominica pubblicata nel 1806.

L’opera, che raccoglie le memorie del viaggio a Parigi di Papa Pio VII in occasione dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte, contiene la traduzione in 155 lingue del Padre Nostro, un prologo in lingua francese, italiana e latina, nonché una dedica al finanziatore del progetto, il principe Eugenio di Beauharnais.

Questa straordinaria pubblicazione contiene lingue quasi sconosciute in Europa all’inizio del secolo XIX ed è di fatto il più vasto catalogo alfabetico e di caratteri tipografici mai pubblicato fino a quel momento.
La vera opera Magna di Bodoni però fu il Manuale Tipografico, pubblicato postumo dalla moglie nel 1818. L’opera, oltre ad essere il testamento del grande genio della tipografia, contiene più di 600 incisioni tra caratteri latini, esotici, ornamenti e vignette disegnate da Bodoni stesso, e raccoglie i caratteri più moderni e raffinati dell’epoca, tra cui quelli creati da John Baskerville.

Nella prefazione di questa meravigliosa opera, Bodoni schematizza in quattro punti le caratteristiche fondamentali che secondo lui costituiscono le basi di un bel font:

  1. l’uniformità o regolarità del disegno, ossia la ripetizione precisa degli elementi comuni tra le lettere dell’alfabeto;
  2. la precisione meticolosa nel taglio dei punzoni che producono la matrice, in modo da ottenere eleganza e nitidezza;
  3. il buon gusto del tipografo;
  4. e l’Incanto, ovvero la capacità di trasmettere a chi osserva armonia, cura del dettaglio e non fretta e svogliatezza.

Come per tutti i Grandi, la carriera di Bodoni è stata costellata di successi e onorificienze (Carlo III di Spagna, Papa Pio VI e Napoleone I), ma anche di invidie (il suo grande rivale francese Didot inventò di tutto per cercare di screditarlo) e disavventure (la sua casa subì diversi furti e un tentativo di incendio).

Un sabato di novembre del 1813 a seguito di diversi malanni (Gotta, sordità, un acino d’uva incastrato nelle narici a causa di un colpo di tosse) Giambattista Bodoni abbandona questo mondo lasciandoci in eredità una serie di opere e di insegnamenti di inestimabile valore artistico e morale.

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