Ci sono sequel che andrebbero scritti, altri che sarebbe meglio rimanessero nella mente degli autori, e poi c’è Fight Club 2.

Vignetta tratta da Fight Club 2, Bao Publiching, 2016

Era il lontano 1996 quando Chuck Palahniuk pubblicò il suo primo, nonché più famoso romanzo.
Grazie soprattutto al film, ormai divenuto cult, tutti noi nati tra gli anni settanta e ottanta abbiamo pronunciato almeno una volta, magari storpiandola a seconda delle esigenze:

Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club.

Fight Club è ormai una pietra miliare, un libro sacro che ha influenzato tanto la nostra cultura, più di quello che crediamo. Basti pensare che un recente telefilm di successo come Mr. Robot attinge a piene mani dal romanzo e nessuno grida al plagio.

Ecco, forse proprio quest’aura di santità a Palahniuk non piaceva così tanto e, dall’alto della sua posizione, ha deciso di levare qualche sassolino dalla scarpa.
Le sue scarpe però sono così grandi che a noi è arrivata una frana.

Copertina standard di Fight Club 2, Bao Publishing, 2016

Fight Club 2, distribuito in Italia da Bao Publishing in una bella edizione cartonata, non è una semplice prosecuzione della trama originale, né potevamo aspettarci qualcosa di altrettanto banale da questo autore.

Intanto la scelta del medium è di per sé sorprendente. Lo scrittore abbandona il romanzo, suo habitat naturale, declina il cinema che l’ha reso celebre e si butta a capofitto nella nona arte, linguaggio totalmente inedito per lui.
Ad essere onesti però, di banalità da sequel in realtà la trama ne è piena zeppa.
Fin dalle pagine iniziali troviamo gli elementi base del primo romanzo: nozioni spicciole di chimica home-made, i gruppi di sostegno, i finti malati, l’Ikea, Amazon e il consumismo americano…

Ma Palahniuk spiazza sempre, rompe gli schemi e fa quello che nessuno si aspetterebbe mai: distrugge il suo capolavoro.

Se infatti cercate recensioni sul web o chiedete a chi ha letto questo fumetto cosa ne pensa, troverete sempre opinioni abbastanza discordanti, eppure al contempo simili. Bello? Brutto? Palahniuk.

Perché il centro di quest’opera non è Tyler Durden né Jack/Sebastian, ma proprio Chuck Palahniuk (infatti in questo articolo troverete il suo nome citato più volte del titolo del fumetto stesso) e il rapporto con il suo primogenito, sfuggito ad ogni suo controllo. Stiamo parlando del primo Fight Club, non di Palahniuk jr.

Vi sto confondendo? Bene, è esattamente quello che fa questo fumetto.

E lo fa innanzi tutto rompendo la quarta parete, quella che divide realtà e finzione. Spesso troverete oggetti “di scena”, come pillole o petali, sulle pagine che ostacoleranno la vostra lettura. Se non bastasse, lo stesso Palahniuk è un personaggio chiave della trama. Esattamente: Palahniuk in carne e ossa è stato disegnato, anche molto bene.

 

Alcune trovate sono oggettivamente geniali, come i club di ogni cosa che storpiano la citazione emblematica riportata all’inizio. Altre risulteranno prive di logica, come le testate nucleari a salve comprate su Amazon. Eppure ci sta. Ci sta tutto se lo scrive Palahniuk.

Perché Chuck è un autore di culto e, come tale, tutto ciò che scrive dev’essere oro. Non è così che funziona?

Tornando a quanto accennato prima, Palahniuk deve aver sofferto molto nel vedere la sua opera originale allontanarsi da lui, diventare di tutti e al contempo snaturarsi. Il rovescio della medaglia del successo: tutti pretendono qualcosa.

L’autore ha perso il controllo sulla sua creatura, che ormai è diventata come un virus mentale incontrollabile: stessa cosa successa a Jack/Tyler. In qualche modo l’opera diventa una metafora del suo rapporto con il primo Fight Club.

A Palahniuk non resta quindi che una sola possibilità: uccidere il suo capolavoro con questo seguito per liberarlo e liberarsi. Conscio però che non si può uccidere qualcosa che sta nella mente, soprattutto di così tante persone.
I fan non ne saranno lieti, non tutti almeno, ma lui ne è talmente consapevole e noncurante che ce lo dice.

Vignette tratte dalle pagine italiane Bao Publishing, 2016

Ci tiene anche a farci sapere che il finale che tutti abbiamo in mente, ovvero gli edifici che saltano in aria con i Pixies di sottofondo, non è altro che un travisamento cinematografico: nel libro era diverso.

E siccome Palahniuk sa che più della metà dei lettori proviene dal film e non dal romanzo, ci regala il finale originale a fumetti.

Gli acquerelli sulle copertine (in America è stato pubblicato in dieci volumi dalla Dark Horse) filmati da David Mack, sono dei piccoli capolavori. Riassumono a pieno i concetti chiave di quest’opera, in particolare quello usato per la copertina di questo articolo è emblematico, a mio avviso.

Illustrazione di Cameron Stewart per Fight Club 2, 2016

Illustrazione di Cameron Stewart per Fight Club 2, 2016

Una nota di merito va anche al disegnatore, Cameron Stewart, che pazientemente si è trasferito per diverso tempo a Portlan. Ha lavorato fianco a fianco con lo sceneggiatore e creato un’opera con una grande continuità visiva, malgrado la trama così ingarbugliata.

Perché questa non è un’opera raffazzonata, fatta per esigenze di mercato, ma tutt’altro: è una dichiarazione d’amore. O di possesso. Forse indipendenza.

La sentenza ultima la lascio a voi. Sicuro però che Fight Club 2 sia diverso da qualsiasi cosa pubblicata.
Un fumetto che va letto anche due o tre volte, perché ad ogni lettura vi lascerà più domande che risposte.

Perché Fight Club 2 è tutto cioè che c’è scritto in questo articolo. O forse l’esatto opposto.
Non lo sapremo mai.