Ho cercato Anomalisa nel mio dizionario inglese-giapponese. È venuto fuori che significa “dea del cielo”. Non che pensi a me stessa in quel modo, ovviamente. È solo interessante.

Michael di mestiere dà consigli e gira l’America. Presenta il suo libro, uno di quei testi da guru spiritual-markettaro, incentrato su customer care e inglesismi simili. A Cincinnati, nell’albergo Fregoli (ci torneremo), tra una vodka liscia con scorza di limone e l’altra, incontra due donne. La prima è una ex, uno squallido cavallo di ritorno, la seconda è Lisa. Lisa è strana, anzi speciale: anomala. Tanto anomala da permettersi un nomignolo tutto suo: Anomalisa.

 

Alla vista piuttosto insignificante, quando apre bocca si apre un mondo, senza malizia.

Ha una voce straordinaria, soprattutto alle orecchie di chi, come Michael, soffre del delirio di Fregoli. Sa di essere malato ma sembra non rendersene conto, si sente perseguitato da una persona che lo assedia assumendo sembianze e voce di chiunque lo circondi, ma sembra non accorgersene. Il tassista, il direttore dell’albergo, sua moglie, la sua ex, persino suo figlio: tutti uguali, tutti con lo stesso, pedante timbro.

anomalisa

 

Tutti, tranne Anomalisa: lei parla cantando, al punto che Michael si accontenta di sentirla senza ascoltarla veramente. La voce, incredibile ma non troppo, è quella di Jennifer Jason Leigh, la Daisy Domergue che in Hateful Eight appare esclusivamente pesta, imbrattata di sangue, legata. Ma quello è Taratino, non Charlie Kaufman.
Il film, che rappresenta solo poche ore di vita reale, chiude dentro di sé una mole impressionante di temi e significati: malattia, solitudine, insoddisfazione e realizzazione personale. E non solo.

Anomalisa: stop, di nuovo, stop.

Chi recita in Anomalisa? Nessuno, se non tre doppiatori. Sin dalla sua alba il progetto, finanziato con un’eccellente campagna di crowdfunding su Kickstarter, ha previsto la partecipazione di pupazzi in 3D. Ne sono state prodotte diciotto copie in varie posture solo per Michael, un terzo per Lisa.

 

A dar loro vita, fotogramma dopo fotogramma, la tecnica dello stop motion, già vista in una pletora di pellicole, ma probabilmente mai così di difficile attuazione. Un’ora e mezza dunque di stop-motion, di pupazzi mossi e truccati ossessivamente frame by frame, con una stupefacente cura dei dettagli. In un alto film si parlerebbe di miracolo, o di misero palliativo per sopperire alle lacune narrative.
In Anomalisa, dopo pochi minuti, ci si scorda di essere di fronte a marionette, anche se le loro fatture ne forniscono ogni evidenza. La trama, pur statica, prende il sopravvento, in un film per adulti ingannati dai personaggi in apparenza infantili.

Un’ultima cosa: non discutete mai del chili di Cincinnati e, se avete tempo, fate un salto allo zoo.